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Paolo Graziosi, con Claudio D’Agostino L’unico - dedicato a Monsignor Della Casa a cura di Alfonso Santagata, Paolo Graziosi e Gioia Costa Nella società feudale, quando i cavalieri che sapevano maneggiare le armi e andare gagliardamente a cavallo si ritrovavano dopo le battaglie e i tornei, felici di essere ancora insieme e vivi, il mangiare nello stesso piatto, con lo stesso cucchiaio, l’intingere il pane nelle vivande del vicino, erano gesti che rinsaldavano e accentuavano i vincoli di fratellanza. Invece, nel secolo in cui le corti degli Este e dei Gonzaga gareggiavano in sfarzo e in cui vestiti e mantelli sfavillavano di gemme vere, questi modi dovettero sembrare insopportabili. Ed ecco il fiorire i manuali di buona creanza, dei quali il Galateo è certamente il più noto. Monsignor della Casa, amante della bella vita, era, anche, un fine letterato: trattati in latino, versetti comici e anche licenziosi; ma il suo nome è legato a questo arguto libretto nel quale, fingendo di essere il precettore di un giovane di nobile famiglia, elabora un codice di comportamento, di etica e di estetica indispensabile per chi voglia vivere in mezzo agli altri e non “per le solitudini”.
Milena Vukotic, con Ludovica Scoppola al flauto Paolina Borghese, La Reine des Colifichets, la regina dei ninnoli Non sono stati indulgenti con Paolina Borghese, gli storici: e lo scandalo che nacque intorno alla statua di lei in veste di Venere, fatta dal Canova, non contribuì a migliorare le cose. Ma a ben guardare i peccati di questa bellissima donna furono veniali: amava i bei vestiti, le feste, le acconciature e il titolo di principessa romana, è vero; è anche vero che ebbe degli amanti: ma fu anche l’unica, nella sua tumultuosa famiglia, a essere vicina a Napoleone nei giorni dell’esilio all’Elba, ad aiutarlo nella sua fuga dall’isola (in che modo? dando un ricevimento in maniera che il rumore della festa coprisse quello dell’attracco delle barche: Paolina era sempre Paolina), e a preoccuparsi per lui nel momento della disgrazia fino al punto di dargli i suoi tanto amati diamanti da vendere se avesse avuto bisogno di denari. Rendiamo omaggio ad una bella e sfortunata protagonista del suo tempo, morta così giovane, ricordandone non solo i capricci e gli amori, ma anche la generosità, la cortesia e la benevolenza di cui fu prodiga con tutti.
Clara Galante A B C Dedicato a Irene Brin Nella Roma che va dal primo dopoguerra agli anni ’60, la Roma dell’aperitivo a via Condotti dove si incontravano Ennio Flaiano, Vittorio Gorresio, Diego Calcagno, la Roma nella quale la libreria Rossetti di via Veneto era un punto di ritrovo per gli intellettuali, non solo maîtres à penser di allora, ma anche maîtres à s’habiller, si muoveva briosa ed elegante Irene Brin, fra la galleria d’arte che aveva aperto con suo marito Gaspero Del Corso a via Sistina e i risotti azzurri a forma di cigno, serviti nel suo appartamento romano di Palazzo Torlonia, che, come racconta Lietta Tornabuoni, erano un test per conoscere meglio gli ospiti: arma infallibile per liberarsi delle persone sgradite, che non tornavano più, scoraggiate dal mistero, e condanna per chi voleva far vedere di essere abituato a tutto fingendo di non sorprendersi. E con la sua prosa intelligente traccia un dizionario: non per il bel mondo, dice la Brin, ma per il buon mondo, che è molto lontano dagli abiti “firmati” e dalle ostentazioni dei nuovi galatei: Irene Brin conosce bene una tradizione di garbo e cortesia, di “buone maniere”, buona nascita, buone tradizioni” che contribuiscono a rendere la vita più piacevole, certo; ma soprattutto più umana.
Maria Paiato Non ho imparato nulla, da Scottature di Dolores Prato Dolores Prato ha scritto molto, pubblicato poco e tardi. Quinta figlia illegittima e rifiutata di una buona famiglia, è cresciuta fra uno zio prete colto e molto amato e un collegio. Ebrea, con le leggi razziali ha abbandonato l'insegnamento collaborando da allora con le pagine culturali dei quotidiani. Nel 1965 è stato pubblicato Scottature, da cui lo spettacolo è tratto, mentre il resto degli scritti ha atteso anni nelle scatole, dove lei ha raccolto ricordi ed emozioni. Quando uscì il suo capolavoro, Giù la piazza non c'è nessuno, Lalla Romano scrisse nel 1998: "È tale la mia ammirazione per il libro che, proprio per questo, temo la corriva facilità dei nostri giorni". L'incontro con una scrittura può essere intenso come il profumo di una rosa in un crepuscolo di compieta, come racconta la Prato con struggente bellezza grazie a Maria Paiato. Ennio Fantastichini Lo specchietto e il diamante liberamente tratto dalla Vita di Benvenuto Cellini, a cura di Carla Calisse Un personaggio d’eccezione, il temerario creatore di bellezza Benvenuto Cellini, riappare per raccontare la Roma del Rinascimento, quando i diavoli apparivano al Colosseo e Michelangelo e Cellini cenavano in allegria, quando i geni erano geni a tutto tondo (scultori, orafi, poeti) e il Papa non esitava a mettersi in salvo dal sacco di Roma con i gioielli cuciti nel corsetto. Benvenuto non ha titubanze, per esaltare l’eccellenza della sua figura, nel modificare gli avvenimenti tutti in suo favore: ma malgrado questo, o forse proprio per questo, è vivissimo il ritratto di un uomo senza pari che vive in un’epoca straordinaria, che esce da quell’impareggiabile libro di avventure che è la Vita di Benvenuto Cellini. E per dar vita a queste pagine appassionanti un interprete perfetto: Ennio Fantastichini. Con la sua veemenza e la sua intelligenza delle parole, racconta un Rinascimento modernissimo e appassionato che sembra si possa rivivere ancora uscendo in via Giulia dopo l’incontro fra questi due artisti della passione.
Iaia Forte Roma Doma, dedicato a Elsa Morante Nella Storia di Elsa Morante si riflettono momenti etici e politici che sono osservati da Ida e dal suo piccolo Useppe. Due figure che protagoniste della storia non saranno mai e mai sono state, abituate per destino a vivere fra timori, ristrettezze, piccole soddisfazioni e continue rinunce. In questa scrittura si delineano caratteri e con loro viene raccontata la nascita di un ceto, di un universo del lavoro, di una rete di relazioni segnate dalla guerra e dal fascismo. Iaia Forte ha creato un percorso di forte suggestione fra le parole e le immagini della Morante, che danno nuovi contorni allo sguardo sulla trasformazione della società, e più in generale sul potere destinante del ceto e del carattere.
Giselda Volodi La ruggine e l’oro dedicato a Caterina Fieschi Adorno, a cura di Gioia Costa Mistica, colta, nobile, Caterina Fieschi Adorno ha influito in maniera profonda sulla sua epoca anticipando l’esigenza della Riforma, predicando la carità, denunciando la vendita delle indulgenze e conversando con i massimi teologi e intellettuali del Quattrocento. E grazie a Giselda Volodi può oggi raccontare i suoi incontri con Savonarola, con Pico della Mirandola o con Martin Lutero, e narrare le novità che il suo concittadino Cristoforo Colombo stava svelando alla Repubblica di Genova, arrivando dalle Americhe con metalli lucenti, cioccolati inebrianti e animali e spezie e semi di piante sconosciute. Ma la Fieschi parla anche della peste che colpì Genova, e dell’arrivo della sifilide, giunta in Italia con la discesa di Carlo VIII e del suo seguito di 800 meretrici e di 56.000 soldati in armi che terrorizzavano nobili e potenti. La visione della malattia, del terrore e delle diseguaglianze sociali, sempre accentuate dai flagelli, la indussero a scegliere: dapprima si dedicò ai malati, poi iniziò a scrivere, e ne nacque il suo Trattato del Purgatorio nel quale emerge un pensiero teologico di grande rigore e in anticipo sui suoi tempi. Massimo Verdastro
Nel vostro fiato son le mie parole, dedicato a Michelangelo Buonarroti Son canti d'amore, le rime di Michelangelo, di sorprendente bellezza stilistica. Benché nel '500 il sonetto fosse di rigore, affiora nella sua lirica un'inventiva simile a quella che ha segnato i suoi marmi. Così è anche per le lettere, nelle quali si riconosce la mano di colui che scrisse su un palazzo romano: "Nil difficile volenti". La fede nella volontà, unita al carattere appassionato e ombroso, temerario e indomito, allo sprezzo, e alla nobiltà del cuore sono tratti che affiorano nei marmi come nelle rime e nelle lettere che Michelangelo scriveva all'amato Tommaso de’ Cavalieri e alla poetessa Vittoria Colonna, alla quale lo legò un vincolo spirituale solido e lungo. Un maestro della forma che governa la pietra quanto la pagina si fa scoprire grazie a Massimo Verdastro.
Sonia Bergamasco Giorni in bianco, dedicato a Ingeborg Bachmann Sonia Bergamasco ha colto nel Trentesimo anno il motivo portante di tutta l'opera della Bachmann: la ricerca di assoluto, l'inadeguatezza a scendere a patti con il mondo, il dolore della costrizione imposto dalle regole sociali. Dal suo spettacolo emerge un dilemma interiore, che lei ha composto in una immagine visivamente elegante. Grandi cartoni ospitano le parole dell'autrice, e nell'abito bianco per cinquanta minuti lei si fa tramite di un passaggio dall'innocenza alla consapevolezza; è un risveglio, quello che si porge all'ascolto. Un risveglio nel quale l'universo del sogno deve esser abbandonato per sempre. Così, l'attesa del compleanno, il fluire delle stagioni, le ricordanze intime e le riflessioni ad alta voce.
Tommaso Ragno Mastro Titta passa ponte Giovan Battista Bugatti è stato il boia dello Stato Pontificio e, in meno di 70 anni, dal 1786 al 1864, ha eseguito di sua mano 516 condanne. Questa pagina di storia ricca di sguardi illustri, di commenti acuti, di spunti di costume, di usanze e dimenticate consuetudini dipinge una galleria umana nella quale Titta troneggia, protagonista assoluto. Ne emerge lo spaccato di un'epoca e la valutazione delle emozioni o dei delitti: il posto dell'onore, della morale, della famiglia, ma anche della passione, della giustizia, del pettegolezzo, della res publica e della condanna, dell'ordine e della colpa rappresentano un documento di grande fascino, tutt'altro che superato, e una riflessione sulla pena di morte e sul tema della giustizia.
Giuliana Lojodice Perseverando arrivi, dedicato a Margherita Sarfatti Una signora della cultura italiana attenta ai mutamenti sociali, al cambiar delle forme e al valore delle parole. Margherita Sarfatti ha attraversato e contribuito a scrivere una pagina capitale della storia italiana. Giornalista, critica d'arte, intellettuale e scrittrice, è stata lei a coniare il nome del gruppo "Novecento", lei a individuare nell'educazione la chiave politica della crescita italiana, attribuendo alle élites intellettuali il compito di diffondere, spiegare e dar forma al modello della "Terza Italia", che fu poi utilizzato da Mussolini, allora direttore dell'Avanti, come base teorica del futuro fascismo. Giuliana Lojodice, in Perseverando arrivi, la accompagna nei ricordi degli ultimi anni, dopo l'esilio in Sud America e il ritorno in Italia nel 1947.
Valerio Binasco Tutto ciò avendo i polsi legati dalle lettere dal carcere di Antonio Gramsci Via Morgagni 25, a Roma. È qui che Gramsci venne arrestato l’8 novembre del 1926, in una stanza che aveva preso in affitto presso la famiglia Passarge. Dal carcere non uscirà mai più: il pubblico ministero disse al processo: “Per venti anni dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare” e la condanna fu di venti anni, quattro mesi e cinque giorni, ma non impedì certo a quel cervello di funzionare. Dal lungo cammino attraverso le varie prigioni uscirono infatti trentaquattro grossi quaderni, ogni foglio con il timbro del penitenziario e la firma del direttore, tremila pagine di appunti, note e saggi “sì che il tempo non passi perduto” che, dirà Togliatti in un discorso che tenne a Napoli il 29 aprile 1945, nei giorni della Liberazione, “a grande fatica riuscimmo nel momento della morte di Gramsci a strappare al carcere”. E le lettere: quasi tutte ai familiari: alla moglie russa Julca, alla cognata Tatiana, alla madre, al fratello Carlo, alle sorelle e ai figli Delio e Giuliano, il secondo dei quali Gramsci non conoscerà mai. Sebbene anche queste fossero sottoposte alla censura del carcere e a quella dello stesso Gramsci, al quale è difficile vincere il riserbo di descrivere i suoi sentimenti sapendo che occhi estranei leggeranno quelle righe, troviamo in una lettera a Tatiana del dicembre del 1926: “Scrivere e ricevere lettere è diventato per me uno dei momenti più intensi di vita”. I suoi giudici non riuscirono a fargli scontare tutta la pena. Dopo poco più di dieci anni dall’arresto, Gramsci moriva, alla clinica Quisisana di Roma, assistito dalla cognata Tatiana. Le sue ceneri, chiuse in un’urna, sono inumate nel cimitero cosiddetto “degli Inglesi”, a Roma.
Roberto Latini Ardisco, non ordisco, dedicato a Gabriele D’Annunzio Troppe donne, troppe case, troppi creditori, Gabriele D’Annunzio? Troppe passioni? Viene da pensare che lui desse a queste cose un’importanza accidentale e che le donne, le case e anche i debiti non fossero stati altro, per D’Annunzio, che la conferma del proprio prestigio e del proprio potere. Alla Capponcina confidò a Ugo Ojetti che l’ultima delle sue amiche gli aveva chiesto di lasciarla, in silenzio, in un angolo del suo studio mentre lui scriveva. “Come se io non sentissi il suo respiro”, disse, e dava i primi segni di insofferenza. Matilde Serao si meravigliava della tenacia delle sue compagne, e anche delle loro lamentele: “Ma non lo sapevano?” diceva. Margherita Sarfatti consigliava alla Duse: “Lascialo stare, è un poeta…”. Eppure, le donne lo inseguivano, convinta forse ognuna di essere quella che lo avrebbe ammaliato più delle altre. “Noli me tangere” era il motto inciso sulla porta della Capponcina, e quando, nel 1911, dovette lasciare la villa ai suoi creditori, la tavoletta col “Noli me tangere” rimase al suo posto. Fra i creditori che lo costrinsero a questa vendita non c’era un suo paziente creditore, il gioielliere Mario Buccellati, da D’Annunzio ribattezzato “Mastro Paragon Coppella”, con un preciso e raffinato riferimento al lessico degli orafi rinascimentali. Buccellati, diventato famoso agli inizi del secolo scorso per la sua perizia di orefice e di incisore, fu eletto da D’Annunzio a suo fornitore, non solo per i gioielli delle innumerevoli amanti, ma anche per i suoi capricci; sigilli, portasigarette, omaggi per i suoi ospiti. Roberto Latini ridisegna le passioni e gli slanci di D’Annunzio scegliendo lettere e frammenti con un inconsueto gioco di specchi e di dediche.
Maurizio Donadoni Un inutile eroe, serate in ricordo di Giacomo Matteotti (in collaborazione con l’ANPI di Roma) Un inutile eroe è un percorso a più voci che mostra, a ritroso, la storia e la vita di Giacomo Matteotti (1885-1924). Lo spettacolo è diviso in quattro capitoli che prendono in esame i processi giudiziari e l’intreccio politico-affaristico che potrebbe essere alla base dell’assassinio del parlamentare socialista, e apre nel contempo uno squarcio sull’Italia dell’epoca. Alla vicenda politica si intreccia quella umana: dal rapporto intenso e passionale con la moglie Velia alle ore passate a giocare con i tre amatissimi figli; da quelle passate a verificare i bilanci dello stato nella biblioteca parlamentare alle incomprensioni con alcuni compagni di partito a causa del suo status di “socialista milionario”; dall’attività comunque instancabile a favore dei contadini del natío Polesine agli scontri dentro e fuori la camera dei deputati con i fascisti. Dalle note di Maurizio Donadoni: “Parlando con dei coetanei, un Giacomo Matteotti poco più che ventenne (si era iscritto al Partito Socialista a tredici anni) aveva detto: ”Ogni epoca ha avuto i suoi martiri, le sue vittime, gli inutili eroi che, col loro sacrificio, hanno aperto gli occhi e la strada agli altri”. Vent’anni dopo, il 10 giugno del 1924, in un lunedì di sole cocente, a Roma, sul lungotevere Arnaldo da Brescia, quel ragazzo veniva rapito e ucciso da un gruppo di “arditi” del fascio milanese, comandati da un certo Amerigo Dumini, detto “dodici omicidi”. Era una squadra della cosiddetta “Ceka fascista”, organismo segreto ma neppure tanto, voluto da Mussolini per mettere a tacere gli oppositori. Oggi una via, un corso, una piazza Giacomo Matteotti esistono in molte città d’Italia. E se qualcuno vuole sapere come ci si arriva rispondiamo con facilità. Se però ci viene chiesto a bruciapelo chi era Giacomo Matteotti, pochi di noi saprebbero andare oltre un generico: “deputato socialista rapito e ucciso dai fascisti.” Che si sappia così poco della storia di questo “inutile eroe”, grazie al cui sacrificio, e a quello di tanti altri, oggi viviamo in libertà, è un peccato. Giacomo Matteotti era uno dei pochi deputati italiani dell’epoca che sapessero l’inglese. L’aveva studiato per leggere Shakespeare in originale. Quando, da ultimo, non esitò ad opporsi, lui solo, con le armi della democrazia, alla violenza fascista, chissà che la spinta decisiva, tra le altre, per superare i dubbi residui, non glie l’abbiano data i più famosi versi dell’Amleto, e di tutto il teatro occidentale: “Essere o non essere, è la questione…”. Ma in originale: “To be or not to be: that is the question…” |