Un Amleto ormai vecchio, solo, senza più un padre o una madre da
invocare o da maledire, sempre più debole di nervi, collerico. Solo con i
suoi fantasmi. La lingua squassata da lampi di puro genio
proteiforme. Sempre sull’orlo di una follia tragica eppure, a tratti, comicissima.
E ricca di metodo. Ah sì, ricca di metodo.
Così inizio a immaginare Gadda. Un ‘Amleto Pirobutirro’
(protagonista-ombra del suo più grande romanzo, La cognizione del dolore)
che riavvolge il nastro delle sue nevrosi camminando a ritroso - come un
granchio - sulle tavole della memoria. Una discesa agli inferi che riapre
antiche ferite, mai rimarginate. Fino ad arrivare alla ferita originaria. A ciò
da cui tutto discende. Nel male e nel bene. Al pozzo nero della sua futura
infelicità ma anche, forse, all’involontaria miniera della sua immensa arte. La
partecipazione dell’Ingegnere al primo conflitto mondiale (sottotenente nella
milizia territoriale, arma di fanteria, V° reggimento Alpini), la disfatta
di Caporetto, la detenzione nei campi di prigionia tedeschi e la morte del
fratello Enrico, modificheranno per sempre la vita dello scrittore.
Ma il dolore non è mai solo fatto ‘privato’. Anzi. Si fa sempre
inesorabilmente ‘pubblico’.
Con progressione implacabile, la furia del Gaddus inizia a
montare e ad abbattersi, a colpi d’ascia, sul suo paese - che è pur
pronto a difendere con la vita - sul suo popolo e sui suoi governanti.
Scritti dall’assai scomodo osservatorio delle trincee, i suoi Diari
di guerra e di prigionia squarciano il velo su qualsiasi retorica
patriottarda per farsi atto d’amore autentico e doloroso.
Acquisita coscienza del proprio dolore, questo vecchio Amleto è
ormai perfettamente in grado di analizzare le storture di una Storia
ciclicamente “fuori dai cardini”. Preso l’abbrivio, il flusso è inarrestabile.
Con il trascorrere degli anni (quanti ?), la demenza totale di un popolo
frenetizzato ha ora consegnato il suo paese a un tiranno che si
preoccupò de le femmine; al delirio narcissico di un ultra-istrione, auto-
erotomane affetto da violenza ereditaria..
Sèguito ideale di un discorso aperto qualche anno fa, con le
riflessioni performative luterane e corsare (di ‘Na specie de cadavere
lunghissimo), questo nuovo capitolo si presenta al pubblico come un atto cognitivo
‘sacrale’ - rituale laico di un consorzio civile che si vorrebbe migliore -
utile forse a chiunque, oggi, voglia provare a riannodare i fili di una tela in
brandelli. La tela di un paese chiamato Italia.
L’atto di conoscenza con che nu’ dobbiamo riscattarci – dice Gadda in Eros
e Priapo - prelude la resurrezione, se una resurrezione è tentabile da così
paventosa macerie.
Fabrizio Gifuni