Cara Gioia,
circondata dal Robert, dal Littré, dal Rey, dal Claude Duneton, dall'Argot des classes dangereuses di Lorédan Larchey, dal Dictionnaire étymologique di Bloch e Wartburg, dal mio vecchio Gafiot e dal Dictionnaire della Langue Verte,
io la ho vista lottare con le lingue durante i quattro giorni nei quali
ci siamo ritrovati in Normandia per rileggere la sua traduzione di La Scène…
Mi è venuta in mente Paola Benz che diceva l'altro giorno, nei Carpazi
dove Jacques Le Ny ci aveva invitato ad ascoltare la sua traduzione
rumena di Per Louis De Funès, che il lavoro di traduzione era come una "Lotta con l'angelo".
Il
paragone assume tutto il suo senso se ricordiamo che questa scena,
riportata dalla Genesi, si svolge vicino ad un fiume che bisogna
attraversare senza ponti: il Yabboq. Anche il traduttore si
trova davanti a un passaggio impossibile. C'è passaggio attraverso la
morte e annegamento, prima di risorgere nell'altra lingua. D'altronde,
anche nella Bibbia, alla fine avviene il rinnovamento delle lingue:
all'alba, dopo una lunga lotta, Giacobbe cambia nome: d'ora in poi si
chiama Israele. E attraversa…
La saluto quindi, cara
Gioia, come lottatrice, come traduttrice – vale a dire come attrice di
questo act pascal che è la traduzione: un annegamento e una morte
attraverso i quali bisogna passare per vivere dall'altra parte. Non c'è né ponte, né segno uguale
fra le lingue, ma risorgimento attraverso rinascita soffiata – e lei lo
sa meglio di altri… Accetti che io le mandi in segno di amicizia e di
ringraziamento per il lavoro fatto insieme durante quei quattro giorni
(e per la lezione di italiano che mi ha dato al volo!) l'inizio di un
testo scritto all'indomani della sua partenza, nato dal nostro dialogo;
è una prima eco alle passeggiate fatte in quei quattro giorni nella
foresta delle lingue – e io non so ancora dove vada… Forse è l'inizio
di un seguito a Davanti alla parola che lei ha tradotto tre anni fa e che tanto deve all'Italia…
"Come
un gradino mancante in una scala non fa cadere e genera la danza, è per
sincope (una battuta tolta, un verbo che agisce invisibile, la
sottrazione di una parola) che la forza del dialogo libera il
linguaggio e va nella notte, inventa a battuta persa, attraverso ciò
che manca, attraverso lo spazio fra, attraverso la spaziatura della
materia parlata.
Macchina per produrre l'ignoto, il dialogo apre
– per sorpresa ritmica –-, divide la materia del linguaggio, procede al
contrario, avanza per soprassalti, sorge altrove, scava; si ribella al
pensiero appiattito, all'assoggettamento; elude la monodia. Tutta la sua energia, la prende dallo spazio, che scova fra le frasi: una materia che toglie
fra le repliche, fra i personaggi, fra le parole – tutta la sua energia
la prende da un amore del vuoto, da una pratica del salto. Guida
l'azione attraverso una traiettoria sconosciuta, attraverso ritornelli
circolari, attraverso la tessitura dei grovigli e attraverso il salto
nel pensiero, – attraverso litanie, attraverso scorciatoie.
All'epilogo
– sulla scena del libro o sulla pagina spaziata del teatro – la materia
del linguaggio è aerata, trafitta, aerea, aperta di passaggi,
crivellata di senso, piena di trafori. A forza di trafori, appare
d'improvviso che pienamente materiale è il linguaggio, pienamente parlata è la materia.
*
Si
vede a volte a teatro lo scambio della parola fra umani scavare fino al
dialogo con le cose, fino alla risposta dei muti, fino a che le
repliche arrivino a sentire le risposte della materia, arrivino a
posarsi sugli oggetti là fino a quando l'emozione abbia luogo fuori d'uomo.
Alla
fine, a forza di avere profondamente bucato il cubo, il volume del
palcoscenico, si sente il linguaggio delle cose: il rebus della natura.
Quello che la materia dice. Si apre un paesaggio punteggiato, pulsante
e mutevole, nel quale la figura umana, dispersa alfabeticamente in
salti, parole, smorfie, cadute, gesti, è seminata nello spazio per
rinascere.
Sulla scena, attraverso la divisione delle voci,
attraverso l'infinita demoltiplica della fuga, il linguaggio è
disfatto, disgiunto, esposto, traforato, anatomicamente separato e
offerto, gettato in pezzi nello spazio, sacrificato: è in questo senso
– e solamente in questo senso – che, attraverso la divisione,
attraverso il dialogo, il teatro è il luogo della disfatta del
linguaggio; la tavola dove con una meticolosa decomposizione ottica
trova la sua morte, la sua negazione e la sua forza, il suo
rinnovamento.
Il teatro è il recinto di una logoscopia. La scena
è un luogo ottico dove verificare la fisica sovrannaturale, dove vedere
il nostro linguaggio di fronte per la prima volta; un corpo esterno
davanti a noi: la nostra materia soffiata visibile di fronte. In volume
e in perpetuo movimento. Il linguaggio appare qui visibilmente agli
occhi di tutti come la materia spirituale del corpo umano.
Materia spirituale,
perché porta sempre con sé l'ombra del soffio che l'ha soffiata: c'è,
durante l'intero svolgimento del dramma – dietro il dramma –, una frase
inversa, un pensiero per ellissi, una partitura di vuoti e di sincopi –
come il negativo, il rovescio di tutto ciò che è detto. È dalla
presenza tangibile, tattile di questa architettura del vuoto, di questa opera del soffio, che viene l'emozione.
Lo spettatore è la vera scena (lo
spettatore e non il pubblico!), è in lui che si unisce, si svolge e si
risolve l'atto del dialogo: è in lontananza, cieco e veggente, è nel
rovescio del teatro; è il punto di fuga dove tutte le frecce della
prospettiva si incontrano. Qui, nel corpo di uno solo. In una persona.
Da questo punto di fuga carnale può capire d'un lampo, cogliere tutto,
sentire nello stesso momento ciò che è detto e il contrario di ciò che
è detto. Ma questo avviene solo quando l'attore ha, attraverso la
sua respirazione e la sua danza, attraverso la sua caduta, attraverso
la sua disseminazione e il suo dibattito con lo spazio, profondamente
operato alla disfatta della rappresentazione".
A lei, con amicizia.
Valère
Gadencourt, 14 maggio 2004 |