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Lettera per Le Théâtre des paroles
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Cara Gioia,
Il teatro di parole non sarà tradotto, ma con lei andrà da una lingua
all’altra: lei sa quanto mi commuova leggere oggi questi testi in
quella che avrebbe potuto essere la mia lingua natale. Il francese e
l’italiano sono dello stesso seme e come due alberi gemelli: essere di
nuovo insieme, e attraversarsi la strada, per loro avviene sempre nella
gioia. Due figli del vecchio latino che si ritrovano con emozione dopo
aver viaggiato, nella felicità della differenza fraterna.
Esercizi di orientamento, prove di scrittura, lettere a sé stessi,
dialoghi di traversata, rifugi per perdersi, diario di un viaggio
lontano dal teatro a forza di scavare al centro, gioia di precipitarvi,
salto nel vuoto, ruminazioni comiche, cantiere, riapertura perpetua:
queste centosettantatre pagine di autoscopie e di invettive, di catene
di litanie rimasticate centosette volte al giorno, io le dedico a colui
che deve sempre ripetere la sua entrata come una nascita disperante, a
colui che cambia corpo novantasette volte, all’attore, all’attore, lui
che viaggia nelle vie interiori, al portatore di parole, orante e
carnivoro. Deve farci ascoltare la catastrofe ritmica.
Avanzando contro la sua ombra, separandosi per parlare, egli sa
che la parola è il crocevia del corpo, il suo viaggio, la sua
traversata. E che v’è azione ad ogni parola.
Niente di umano in lui. E’ un uomo che cammina sulla scena per mostrare
che non c'è uomini lassù. Viene a dirci che la parola non è dentro di
noi, ma siamo noi, gli uomini, ad essere nel teatro che pronunciamo.
Non c’è scena per noi: perché noi siamo il teatro di tutto.
Il teatro non è un luogo dove ci rappresentiamo, ma un luogo dove
passiamo e che trangugiamo. Dove mangiamo a vista il tempo parlando.
L’attore viene a mostrare questa respirazione udibile. Esce d’identità:
non rappresenta nessuno, salvo il nostro dramma respiratorio, il
cortocircuito dell’aria dentro di noi, la parola che risale, masticata
e rimemorata e che avanza contro il tempo, che disfa la nostra azione.
L’attore non è un porta-parola, né strumento di nulla, né attrezzo di
qualcuno. Non raffigura. E’ un parlante che tiene nella sua bocca lo
spazio dal vero, tutto il teatro tra i denti. Spalanca la lingua nel
vuoto, avanza in noi per aprire una volta di più e più a fondo il
dramma di parlare. Agisce assente e in parole: lavorato dalla parola e
librato di fronte a noi come una bestia che la parola lavora. L’azione
dell’attore è disagita, d’un istante e ad un tratto. E’ un atto a
sorpresa nel quale qualcosa viene tolto da qui, un mistero di sorgività
che scompare. Qui il teatro non rappresenta alcun altro mondo né il
medesimo, ma mette in gioco dinanzi a noi la presenza del mondo che
accade un'unica volta.
L’attore, nella sua discesa interiore, trasale e abbandona la
propria ombra. E’ disincarnato, a forza d’essere in un corpo, e risale
le parole ogni volta più lontano.
Torna a dire che il teatro dove è appena caduto è il luogo della sua uscita da qui.
Niente è più bello di ciò che nasce dalla sua caduta: il comico
cristallino. Niente più santo del riso, che è la nostra apertura e il
nostro sì al mondo luminosamente incomprensibile.
La materia è morta? Il reale è parlato? “Come accade che parliamo?
Come fa la carne ad esprimersi?”. A teatro, queste domande si pongono
agli occhi. Nel mistero della divisione delle parole. La scena è questo
cammino di contraddizioni, questo luogo dove interrogare comicamente la
nostra carne, il nostro mistero di carne verbale. Si vede a teatro -
non lo si vede che a teatro - che c’è qualcosa di comico e una risata
nello spazio. In verità, il teatro non appare che agli attori. Questa
scena invisibile dobbiamo comprenderla con gli occhi. Non c’è niente da
vedere a teatro, tranne uno squarcio aperto, una fuga verso il mai
còlto. Il mondo non va preso. Il mondo non era una presa per noi. Non
c’è presa per quelli che non sono di qui.
Scambio respiratorio con l’attore: gli sono vicino, gli sono
lontano, gli sono separato, respiro con lui. Il teatro deve essere dato
a uno solo. C’è un legame d’amore profondo fra l’attore e chi gli è di
fronte; il pubblico non è una mandria, una massa riunita, un gruppo
sociale, ma un coro di soggetti. Con ognuno di loro l’attore va più a
fondo: nell’unione di tutti e all’interno di ciascuno. A due. Noi non
siamo che il dramma della parola nello spazio crocifisso. Nello spazio
che la nostra respirazione mette in croce, nomina e libera.
L’attore va, con noi, fino in fondo, fino a quello che in noi è più
intimo, e che non ci appartiene. Ci dà ciò che non ha. Il teatro è
santo per il sacrificio dell’attore e il riso d’essere staccato da sé.
L’attore è come un morto che si separa del corpo per un istante. Ci
parla per farci ascoltare il silenzio. Procede, e lascia lo spazio
davanti a sé; lega, unisce, agisce per assenza, si ricorda di parlare,
pronuncia il teatro, come ogni parola pronuncia il mondo.
Lontano e disumano, è nonostante questo una stella vicina: una
luce ascoltata. A teatro si vede che la luce non illumina, la luce ci
vede. La avvertiamo una volta passata: illumina tutto invisibilmente,
nel nostro ascolto e nella nostra comprensione.
Niente è più nudo del teatro, niente è più spoglio, niente più
lacerato da sé, niente più attaccato a sé. Ho sempre cercato una
brutalità e un vigore più nudi della scena, una infanzia ancora più
grande.
L’attore, filosofo e ballerino, recita davanti a noi la sua morte mimata e attraversata. Solo
il teatro è vero. Chiedo al teatro uno sfinimento. Chiedo tutto al
teatro: gli chiedo una visione, uno svelamento. Il teatro lacera. C’è
qualcosa di comico e terribile che solo il teatro può dire. I nostri
pensieri dicono di non avere che la nostra carne per parlare.
Le scrivo da Marsiglia, dove abbiamo appena recitato Je suis per l’ultima volta, e dove tutte le parole sono appena scomparse.
Con amicizia.
Valère Novarina
Parigi, 7 dicembre 1991 |
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