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Franco Battiato   PDF  Stampa  E-mail 
Franco Battiato nelle sue canzoni professa ci voglia un'altra vita, rallenta nelle curve per non prendere le lucertole che attraversano la strada, pensa a quando si riposa cullati dalle zanzariere e il mal d'Africa di cui parla diventa nostalgia. Ha portato libertà nella musica, aprendo le canzoni a forme lontane nel tempo e nello spazio e i testi a scenari nuovi. Il silenzio, il mare, le danze, gli uccelli che migrano popolano di immagini le melodie, dalle quali emergono atmosfere quiete. Il suo primo film, Perduto amor, mostra un'Italia sana, senza bassezze, trucchi e indecenze. Un paese dove le persone conversano e i desideri non sono in vendita. – Nel suo film, ma anche nelle canzoni, affiora spesso un elogio del vuoto che sembra indicare una pienezza diversa. È così? – Sì, sicuramente la mia volontà, già nelle canzoni e tanto più nel cinema, è quella di trasmettere e far passare un genere differente di emozioni. Non legate ai caratteri, alle alterne vicende umane, alle storie quotidiane trasposte pedissequamente… insomma, non emozioni riconoscibili, codificate e meccanicistiche, ma più sottili e mi auguro sorprendenti. Ma non voglio dare indicazioni o chiavi di lettura, è sempre offensivo: le chiavi non servono per aprire le porte? – Cosa la ha attratta, nel cinema? – Il viaggio nel tempo, sicuramente. Ma la scoperta più appassionante è stata per me il montaggio: quello che la sceneggiatura aveva creato cambia montando il film. Le riprese sono durate due mesi, il montaggio e il lavoro sul suono tre. – Sta preparando un nuovo film, parte del quale è dedicata a Beethoven. Anche qui seguirà questa logica? – Sì. Ne sto scrivendo la sceneggiatura in questo periodo e tutte le emozioni di natura tradizionale che ho provato leggendo i libri che riguardavano il personaggio di Beethoven mi hanno devastato, da un certo punto di vista. Allora, quando si è trattato di trasmutarle in sceneggiatura, e quindi in azione filmica, le ho censurate senza pietà. Non accetto quel genere di comunicazione con il pubblico: è troppo facile far piangere, è facilissimo. Mi fa orrore, come fatto speculativo, non è quello che voglio raggiungere. Allora, ripulendo tutti questi aggrovigliamenti emotivi, che sono anche uno scotto che paghiamo per corridoi genetici, ma soprattutto censurando certe sofferenze e certe cadute ci si accorge che del personaggio da raccontare, in questo caso di Beethoven, si sceglie un distillato. E tutto si eleva. Evitando le trappole dell'emotività comune posso fare i conti solo con il mio stile e con quello che mi piace rappresentare. Nello stesso tempo diventa chiaro che il mio terreno è quello, perché non mi interessa raccontare la storia di figli che litigano con i genitori, non mi interessano i problemi caratteriali, gli amori, i drammi quotidiani, a meno che non abbiano qualche cosa di folgorante e degno di rappresentazione. – Cosa vuole raccontare? – Non farei un film su un personaggio antipatico. Già nella vita se ne sopportano tante, bisogna sublimare. Con il cinema voglio far passare un genere di informazione e un modello di vita che magari non c'è, nel contemporaneo – ma lo trasferisco in un mondo da venire. Cosa raccontare? L'elogio del cucito come arte dell'attenzione con cui si apre Perduto amor o la lezione di tantra, o tutto quello che di bello ci perdiamo nell'esistenza, in senso largo. Questo. Le storie sono per me "cromatismi". Ho avuto un'infanzia bellissima e in un certo senso tribale: non eravamo ricchi, e non conoscevamo la frustrazione; eravamo anche un po' selvaggi ma, in casa, avevamo dei valori. Il rispetto per gli anziani, ad esempio, non si discuteva. Quando andai a Milano, a diciannove anni, ero felicissimo di essere in città, anche se dovevo fare i conti con la sopravvivenza. Per questo nel film ho dato al protagonista un esito diverso. Il fatto che con il suo primo romanzo lui abbia fortuna non è realistico, è semmai tematico, diventa una favola. In questo modo la storia si allontana dalla realtà e lo spettatore può vedere altro. – Nelle sue canzoni e anche nel cinema lei non racconta storie… – Censuro le esperienze che non mi interessano. Certo, c'è una forma di racconto, ma le storie mi annoiano: piangere su un figlio che sta perdendo sua madre, o il contrario, mi interessa la metà di niente, è crogiolarsi nelle solite tematiche della disperazione, della disgrazia, e io non so cosa farmene, di questi conforti…Vede, come spettatore sono onnivoro e posso guardare di tutto, perché non entra in ballo la severità dell'esistenza. Se invece mi pongo come spettatore critico allora sono poche le cose che accetto perché, dopo un piccolo viaggio fatto con qualcuno che mi sta descrivendo qualcosa, voglio che alla fine questo abbia migliorato un po' la mia esistenza, altrimenti a cosa serve? Quindi, tornando alla forma breve di cui parlavamo all'inizio, io ho bisogno di saltare. Non posso sviluppare un personaggio che cresce e poi la mamma lo porta alle elementari, eccetera. Devo saltare. Quando, come spettatore o in questo caso come scrittore, sono convinto che una scena sia sufficiente, che basti, non posso allungarla. Il mio ritmo non me lo consente. Piuttosto, la interrompo a metà. – Che ruolo ha il tempo per lei? Nelle immagini verbali delle canzoni quanto nei colori e nei gesti del suo film il sud è importante, come se lì fosse possibile un altro rapporto con il tempo. È vero, questo? – Sì. Anche in un piccolo film come Perduto amor mi ha mosso il desiderio di testimoniare un genere di vita che non esiste più, nemmeno nella memoria. Farlo rinascere ha voluto dire per me fissarlo come termine di paragone rispetto a cose che avevano fascino: fino alla fine degli anni '50 esisteva un rapporto con il tempo, e anche con la socialità, che era molto più intrigante di quanto lo sia oggi. E questo rapporto, a volte, nel sud esiste ancora. – E la lentezza che ruolo ha? – La lentezza è il non-tempo. È la possibilità di essere in ciò che si fa; lo sanno tutti gli artigiani e gli artisti che lavorano in certo modo, e ce ne sono ancora grazie a Dio, penso a certi pittori e, perché no, a certi scrittori. Se si entra in contatto in modo profondo con un mondo si capisce che il tempo ha altri valori e che una giornata può durare una vita, quando ci si sofferma, quando si guarda e si ascolta. Non è vero che un tempo è uguale ad un altro, è un inganno. – Non è cronologico, intende? – No, non lo è. Per fortuna. – Nel suo film colpiscono l'accuratezza delle pettinature e dei costumi: non si ha l'impressione che lei abbia ambientato il film benché, ricreando un'epoca vicina quale sono gli anni '50 e '60, questo rischio fosse forte. – È un bel complimento perché è quello che volevo ottenere. Devo ammettere che ho fatto un lavoro scrupoloso su questo aspetto del film: volevo che i personaggi fossero normali, che non ci si accorgesse che c'era una pettinatura anni '50. A volte qualcuno mi diceva: "Guarda che la protagonista ha i capelli rossi e in quel periodo non si portavano…" Ma è importante? Direi di no. A volte trascurare ed essere infedeli è la strada della fedeltà perché se una cosa è naturale e non forzata è necessariamente giusta. – Nel disco Fleurs lei ha cantato brani di De André, di Brel e di altri musicisti. In Perduto amor torna Dalila con il suo Isty bitsy petit bikini ma anche Mogol… La riscoperta delle loro canzoni non è solo un omaggio. Cosa le ha dato il desiderio di farlo? – Ci sono anche Purcell e Mozart... Ho scelto cose che trovo interessanti, pur retroattivamente. A volte ho cantato io i loro brani, a volte li ho semplicemente fatti riascoltare. Ma non ne ho inserito uno perché serviva o era funzionale, semmai è accaduto il contrario: la canzone era rappresentativa di qualcosa che mi sarebbe piaciuto fosse, e quindi ha dettato la scena. Come nel caso di Salvatore Vinciguerra: la sua canzone Se tu sapessi non ebbe un gran successo quando uscì all'epoca, ma per me era la colonna sonora di quelle mie estati. Fra una canzone allora famosa e una meno ricordata ho scelto quest'ultima. – La meditazione è un modo per resistere alla corsa che guida il mondo di oggi, per lei? – È proprio così: la meditazione è interiore, ed è una risposta, una delle strade possibili. Io percorro questa. Viviamo un momento molto difficile: tutto ci spinge fuori da noi e ciascuno, con i suoi mezzi, deve reagire. Io ho scritto qualche canzone, e non potrei non farlo. Bisogna capire se il nostro obiettivo è vero oppure no. Questo basta, ma non è facile saperlo. Ciò che è materiale è pieno di limiti, mentre con la meditazione si ha accesso a una zona sacra, orizzontale, inaccessibile alla tensione. Per me quella zona è fondamentale. – In questo momento l'arte può essere secondo lei un atto di resistenza? – Come no! Io ci provo con volontà, con un gesto determinato. Cerco di immettere, anche nel film che sto scrivendo adesso, elementi anacronistici, che sembrerebbero non appartenere alla nostra realtà, alle nostre esigenze, ai nostri bisogni attuali. Proietto in un mondo immaginario un nuovo modello dell'esistenza, che superi il problema del nostro tempo. Può non interessarci così com'è, no? Ho un rapporto diretto con le cose, con la realtà: posso stimare molto qualcuno che non ha successo, quanto posso disinteressarmi completamente delle vendite esorbitanti di un musicista, se ritengo sia mediocre. Sono traiettorie. – Ha sferrato un bell'attacco alla comunicazione, nel suo film. C'è un momento nel quale Manlio Sgalambro dice: "Comunicare è da esseri frettolosi, è da insetti. Prende esempio dal branco, dallo squittío dei topi. Esprimerci ci riguarda…". – Beh, il contatto fra gli esseri è misterioso, a volte avviene a volte no, e i fraintendimenti possono esser colossali. Ricordo che una volta in tournée, in una città che non dirò, ho cantato Cerco un centro di gravità permanente e duemila persone si sono alzate in piedi con il braccio teso nel saluto fascista. Mi è sembrata quasi una beffa perché non capivo la relazione fra le mie parole e il loro gesto; lì c'era un forte fraintendimento. Ogni volta che si dice qualche cosa non si sa come sia veramente accolta: succede che, parlando con una persona, si abbia l'impressione di intendersi e invece non ci si capisce affatto mentre, paradossalmente, un ateo può trovare una inattesa e strana consonanza con un mistico. Ciò che sembra facile esprimere può non esserlo e viceversa. È affascinante, questa ambiguità. – Alcuni anni fa in una intervista radiofonica lei ha detto che, come l'haiku giapponese, la canzone con la sua forma breve ha il dono della sintesi e in germe la possibilità del capolavoro. Può riprendere questa idea? – La nostra epoca corre. Per questo ha tagliato i ponti con tutte le retoriche elaborate nei secoli passati e persino con le stimabili descrizioni, anche quelle letterarie. È dominata dall'assenza di tempo, è la sua caratteristica. Quindi abbiamo bisogno di una sintesi che sia il più veloce possibile, perché ogni forma di attesa è diventata un costo. Contrariamente al passato, oggi abbiamo poco tempo. Per questo e non a caso la musica leggera rappresenta il mezzo più diffuso: il suo messaggio è sintetico, sloganistico se vogliamo, e anche poco approfondito. Ma è il nostro mondo e lo dobbiamo accettare così. Però, volendo, in un breve spazio si può cercare di dire qualcosa. È quello che tento di fare. Da una conversazione di Gioia Costa con Franco Battiato a Sulmona Cinema, il 3 novembre 2003

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