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Loungta, i cavalli di vento, regia di Bartabas   PDF  Stampa  E-mail 

"Kéntauros d'oro, o la perfezione della bellezza

Ci sono nomi che evocano mondi: Zingaro evoca sabbie d'ocra, profumi d'incenso, paramenti accurati, musiche lontane e kéntauros, centauri. Esseri biformi con busto di uomo e groppa e gambe di cavallo; dotati di intelligenza umana e di forza ferina, narra la mitologia. Non mostri ma incarnazioni di un sogno, dice invece Bartabas, il sogno dell'incontro fra la ragione e l'istinto; e questo incontro è dettato dallo stile.

Il nome Zingaro evoca il legame della compagnia con le culture indoeuropee e tzigane, e con le musiche tradizionali, le stoffe, le tinte, le materie, le posture e i tempi diversi di queste regioni.

Ma c'è una storia, dietro il loro nome: Zingaro è il nero cavallo con il quale, nel 1984, Bartabas fondò ad Aubervilliers il "Théâtre Zingaro". Non circo, non teatro, non cabaret, lo spazio da loro creato si chiama "La Struttura". Lì vivono insieme, uomini e cavalli, in una grande stalla spettacolare alla quale ogni ospite può dare un diverso nome. Cattedrale o granaio, La Struttura è completamente di legno ed è nata pensando allo spettacolo. È quindi leggera, smontabile, e invita il pubblico in uno spazio protetto, che può accogliere il rituale. Infatti, le storie che Bartabas ha iniziato a raccontare nel 1977, sono nate dalla consapevolezza che non esiste una lingua universale, che mai un cavallo potrà leggere un copione. Quindi, sono storie che nascono da ciò che l'uomo può dividere con il suo cavallo, ovvero emozioni, dalle quali emergono i racconti. Nel 1984 ha presentato al festival di Avignone Cabaret equestre I, e da allora sono nati otto spettacoli, tutti presentati per la prima volta ad Avignone.

Sono i corpi, le parole del suo racconto. Corpi perfetti, che si fondono fra loro, e proprio per questo sembrano generare esseri metà umani e metà divini. Corpi di cavalli lucidi, corpi di uomini guerrieri che, unendosi, diventano satiri, centauri, creature mitologiche e apparizioni divine.

Nella pista circolare scorrono le immagini da lui create, e sono cicli, metamorfosi, racconti nomadi che portano tracce delle terre percorse, della ricerca dell'origine.

Canti del Kerala, o tibetani, o del Rajastan, musiche berbere, voci coreane, ma anche la Sagra della primavera di Igor Stravinskij o il Dialogue de l'Ombre Double di Pierre Boulez accompagnano, o meglio dirigono, la creazione di forme e di armonie che uomini e cavalli eseguono danzando la più antica storia dell'uomo sotto la guida di Bartabas.

L'equipe di Zingaro – quaranta persone e trenta cavalli che vivono e si spostano sempre insieme – arriva nella pista di sabbia color ocra e lo spazio si anima. Profumi, musiche, colori e voci cancellano ogni possibile riferimento al circo. Arte equestre e musicale è quella da loro inventata, un'arte che ha creato otto spettacoli in venti anni, per dare il tempo agli animali di imparare, di esser pronti, di trovare la forma del loro movimento.

Questi cavalli infatti danzano, ascoltano, giocano sulla pista. Si bagnano nelle luci d'oro rotolando dolcemente sulla schiena al centro della scena, e le luci rivelano nei loro movimenti la perfezione dei muscoli, l'equilibrio delle forme, la padronanza del corpo.

Si entra in un mondo, andando a vedere uno spettacolo di Zingaro. Un mondo nel quale la vicinanza fra l'uomo e il cavallo è una scelta e uno stile. Di vita. Ma anche d'arte. Le creazioni nascono dal profondo contatto con gli animali, e non si tratta solo di addestramento o di tecnica, ma di unione. Si sa che i cavalli di Bartabas non provano più di un'ora al giorno e, quando anche un'ora diventa troppo, vengono messi a riposo nelle grandi campagne dove si limitano a passeggiare. Ma allora bisogna sceglierne di nuovi, e occorrono anni prima che i puledri siano pronti, prima che capiscano cosa si vuole da loro. Infatti, sforzarli o far loro ripetere un movimento è controproducente perché bisogna rispettare i loro tempi e aspettarli. Per questo ci vogliono più di due anni perché una creazione possa essere presentata al pubblico.

Bartabas continua a cercare qualcosa che non è dato trovare in Europa: la devozione. Devozione verso la propria arte, che unisce il destino di un essere alla scelta cui si consacra. Sia essa la preghiera o la danza, la musica o l'acrobazia, le persone che si uniscono a lui sono quella preghiera, quella danza, quella musica o quella acrobazia.

Così, nei suoi spettacoli la mitologia incontra le antiche culture dell'est, così come cavalli e cavalieri trovano il colore caldo dell'oro, dei rossi cupi, dei bruni che si fondono all'incenso, alle voci e all'atmosfera irripetibile della tenda di Bartabas. Entrando, si dimentica ciò che si credeva sapere per assistere ad occhi spalancati allo stupore della bellezza, all'armonia della forza e alla grazia dell'addestramento. Questi animali strigliati, forti ed eleganti, con lunghe code e criniere di seta, finimenti regali e portamento eretto sono addestrati all'ascolto, e il loro orecchio sembra essere finissimo.

Arte sacra" Bartabas definisce il suo teatro. Che accoglie un rituale nel quale lo stile è sostanza, come accadde in Eclipse (1997), che era lo studio di una variazione di bianchi e neri accordata ai canti coreani eseguiti dal vivo dalla cantante Pansori Sung Sook-Chung. Lì un cavaliere dal volto coperto e dall'ampio mantello nero entrava a cavallo (il nero Zingaro che ha dato il nome alla compagnia) nella candida pista di sabbia. Nelle luci, nei costumi, in ogni elemento la compresenza di bianco e nero era al tempo stesso una divisione e una fusione. Il cavallo esitava, muovendosi con delicatezza sul suolo bianco. La storia raccontata in Eclipse è condensata nell'immagine della figura a cavallo che evoca solitudine, viaggio, ricerca, ma anche atmosfere monastiche. Così come quella di Chimère (1994) era nella féerie, nei colori vivi, nel gioco animato dalle musiche indiane.

L'ultimo spettacolo presentato ad Avignone, Triptyk (2000), era diviso in tre momenti: la Sagra della primavera di Stravinskij, Le Dialogue de l'ombre double di Pierre Boulez e la Sinfonia dei Salmi di Stravinskij. In questa produzione, accanto ai cavalieri e ai cavalli c'erano dei danzatori di kalarippayatt, l'arte marziale del Kerala, regione del sud-ovest dell'India, che prevede una disciplina fisica e spirituale, un tempo riservata alla casta dei guerrieri dei principi e mai destinata a rappresentazioni. Ma Triptik si chiudeva con un omaggio alla scomparsa di Zingaro, il destriero d'origine. Elogio della perdita, racconto dell'assenza, canto del sacrificio, l'ultima visione di questo spettacolo era dedicata all'arrivo di Bartabas in nero, come nero era Zingaro. Solo e nel silenzio più perfetto nel cuore della pista. Alcuna musica, unicamente il rumore dei passi del cavallo sulla sabbia, e il movimento di danza lenta che il cavaliere suggeriva al grande animale, reso mansueto dall'attenzione che avvolgeva ogni loro azione, ha reso questo finale un congedo di forte suggestione.

Nella scorsa estate, per l'edizione 2003 del Festival di Avignone che all'ultimo momento è stata cancellata, Bartabas era atteso nella Cour d'Honneur del Palazzo dei Papi con la sua ultima produzione, Loungta, i cavalli di vento. Un asino, alcune oche, cavalli argentini, danzatori provenienti da tutto il mondo, cavalieri e monaci tibetani del monastero di Guyto sono l'anima del nuovo spettacolo, determinato anch'esso dal colore e dalla musica delle "voci di bufalo" degli antichi monaci buddisti.

Infatti, nella religione buddista il cavallo è simbolo di lealtà, di forza, di fedeltà e di potenza e viene chiamato "il vento della libertà". Traccia, questa, dell'antico legame fra l'uomo e la natura che l'Occidente ha dimenticato considerando gli animali solo in relazione alle sue necessità. E invece i monaci, durante le prove, cantavano a bassa voce nel timore di "far paura ai cavalli", perché i loro canti si dice abbiamo potere taumaturgico e, con i toni bassi, le trombe e le campanelle, creano vibrazioni che i cavalli sentono, diventando più calmi, più docili, più sereni.

In questa nuova creazione appare un elemento forte, che era già presente nella scena finale di Triptyk ma che qui torna con un altro segno. Se lì l'evocazione della morte era il modo di prendere congedo dal suo cavallo, qui questa figura riappare, trasfigurata. È una presenza vitale, che si lega alle antiche tradizioni nelle quali la morte è evocata frequentemente nei riti e nelle feste. Di questo esiste ancora oggi una traccia in Sicilia, magistralmente raccontata da Gesualdo Bufalino in La luce e il lutto. Festeggiare la morte perché si è in vita, carnevalizzarla per esserne salvi.

In Loungta, i cavalli di vento gli elementi portanti della poetica di Bartabas sembrano essere stati convocati tutti, e non a caso, dopo anni, tornano sulla pista anche altri animali. È come se un ciclo si disegnasse all'interno di un percorso e, per magia, gli elementi tornando acquisissero nuovo senso. Ecco le oche, ecco l'asino, ma ecco anche Bartabas di nuovo in sella, cuore dell'inizio dello spettacolo. Bartabas dai capelli rasati, dagli occhi fissi e attenti, dalla corporatura massiccia, Bartabas che nei primi spettacoli era sempre in scena, e che poi ha dosato la sua presenza allontanandosi, tanto che in Triptyk appariva solo alla fine, nella lenta danza circolare battuta dal passo ritmato sulla sabbia del cavallo perfetto. Oggi Bartabas torna per dissolversi, e lasciare che la sua ombra vibri nelle voci tibetane, nelle presenze da lui evocate e dirette in ore giorni mesi di lavoro, di vita e di ricerca.

Bartabas scompare in dissolvenza nell'ombra di Loungta per riapparire, nel settembre del prossimo anno, a Châtelet. Per la prima volta con uno spettacolo personale, non firmato dalla compagnia Zingaro ma da lui. Sarà una ulteriore prova fra il cavallo, il cavaliere e la forma frontale del teatro all'italiana. Sospensione dei cicli, apertura di nuove volute.

Le sue storie senza parole continuano a disegnare sulla sabbia della pista nuova ogni sera le antiche domande dell'animo umano, scritte in una lingua che nessuna cultura, nessuna razza, nessun carattere potrà mai rendere incomprensibile. Né all'uomo, né al cavallo. È la ricerca di una bellezza antica, che sempre più si avvicina alla semplicità. Ovvero all'essenza della libertà.


Pubblicato sulla rivista MERCEDES, 2003

Teatrografia:
1983: Cabaret équestre I
1987: Cabaret équestre II.
1989: Cabaret équestre III.
1991: Opéra équestre. Con le voci maschili di Koutaïssi (Georgia) e un coro di donne berbere.
1994: Chimère. Con i musicisti del Rajasthan venuti dal deserto di Thar.
1997: Eclipse. Con il canto pansori di Sung Sook-Chung e le voci della musica coreana.
2000: Triptyk. Su: la Sagra della primavera di Igor Stravinskij, il “Dialogue de l’ombre double” di Pierre Boulez e la Sinfonia dei Salmi di Igor Stravinskij.
2003: Loungta, les chevaux de vent.


Esistono inoltre due lungometraggi: Mazeppa (1992) e Chamane (1995), e quattro film sugli spettacoli, realizzati da Bartabas: Zingaro (1989), Opéra Equestre (1993), Chimère (1996) ed Eclipse (1998).

Bibliografia: La ballade de Zingaro, di Françoise Gründ, Editions du Chêne, Parigi 2000; Zingaro le cheval, Homeric, Tana Editions; Triptyk, programma dello spettacolo, testi di Françoise Gründ e André Velter, fotografie di Antoine Poupel, pubblicato da Zingaro, 2000; Zingaro, la saga des centaures, di Anne-Marie Paquotte, Télérama (esaurito, reperibile presso la compagnia); Zingaro, suite équestre, di André Velter, disegni di Ernest Pignon-Ernest, Gallimard, Parigi 1998.



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